martedì, Marzo 10, 2026

Idrogeno e nucleare: un’opportunità per restare a galla ora più che mai

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Non è facile restare indifferenti davanti alle tragiche immagini e notizie che arrivano dal Medio Oriente dopo i recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Come se la guerra russo‑ucraina non bastasse, questa nuova escalation ci ricorda ancora una volta quanto fragile sia il nostro equilibrio energetico e quanto profondamente le nostre economie dipendano da dinamiche geopolitiche che non controlliamo – e che, purtroppo, con ogni probabilità controlleremo sempre meno. In uno scenario simile, possiamo davvero permetterci di restare fermi? Oggi più che mai, la risposta dovrebbe essere un deciso no.

Basta slogan

Il risultato di un raid su un deposito petrolifero in Iran

È tempo che la nostra politica, italiana ed europea, si assuma la responsabilità di tracciare, una volta per tutte, una direzione precisa, fatta di scelte coraggiose che possano avere ricadute positive e durature sul nostro tessuto industriale, economico e sociale. Una strategia che metta al centro, sicurezza energetica, protezione delle nostre PMI e delle nostre filiere strategiche ed autonomia tecnologica. Perché senza una base tecnologica autonoma, l’indipendenza energetica resterà – a nostro parere – un miraggio.

Ancora troppo dipendenti dai combustibili fossili

Per la sua posizione strategica tra Iran e Oman, lo Stretto di Hormuz è considerato uno dei colli di bottiglia più critici al mondo in termini di commercio energetico. Attraverso questo stretto passa circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, la cui maggior parte destinata ai mercati asiatici, in particolare Cina, India e Giappone.

A causa dell’escalation militare di fine febbraio 2026, le autorità iraniane hanno deciso di chiudere il transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Diverse compagnie di navigazione – tra cui Maersk e Hapag‑Lloyd – hanno immediatamente sospeso le traversate, mentre circa 3.200 navi risultano bloccate nel Golfo Persico o in attesa fuori dallo Stretto. La situazione ha già innescato un forte rialzo dei prezzi del petrolio, con Brent e WTI attestati rispettivamente intorno ai 79 e 71 dollari al barile, e rischia di spingere le quotazioni ancora più in alto se la chiusura dovesse protrarsi.

L’Italia importa petrolio da circa 40 Paesi, quindi la nostra dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz è limitata. Tuttavia, il prezzo globale del greggio incide immediatamente sui costi di raffinazione e sui prezzi alla pompa. Diverso il discorso per il gas naturale liquefatto (GNL). In questo caso la dipendenza dal Qatar è significativa, e quasi tutte le sue forniture passano proprio attraverso lo Stretto.

Nucleare alla base del rilancio

Il nucleare può garantire un flusso costante di energia pulita e sicura, capace di sostenere sia la domanda civile sia quella industriale.
E può farlo senza essere ostaggio di crisi geopolitiche, blocchi navali o shock dei prezzi. Non si tratta di contrapporlo alle rinnovabilima di affiancarlo ad esse per colmare ciò che oggi manca al sistema energetico europeo: continuità di produzione, stabilità della rete, capacità di sostenere i consumi industriali, riduzione della dipendenza da fonti esterne e instabili.

Gli investimenti nelle tecnologie di nuova generazione – dagli SMR ai reattori modulari avanzati (AMR) – sono fondamentali e rappresentano una scelta lungimirante. Ma in un contesto di crisi destinato a durare, non possiamo permetterci di ignorare le soluzioni già disponibili e pienamente operative. Esistono tecnologie nucleari consolidate, sicure e impiegate da decenni in molti Paesi del mondo, compresi alcuni a noi confinanti. Tecnologie sulle quali, tra l’altro, le aziende italiane vantano competenze riconosciute a livello globale nella progettazione, nell’ingegneria e nello sviluppo dei componenti chiave.

Nel momento in cui scriviamo arrivano segnali importanti da Bruxelles. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “la corsa alla tecnologia nucleare è iniziata. L’Europa ha tutto ciò che serve per essere leader. Abbiamo mezzo milione di lavoratori altamente qualificati nel settore nucleare e l’ambizione di muoverci rapidamente e su larga scala, affinché l’Europa diventi un polo mondiale dell’energia nucleare di prossima generazione“. Speriamo che a queste parole seguano fatti concreti.

Parallelamente, anche l’Italia sta iniziando a riallinearsi a questa visione. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo alla Nuclear Energy Summit di Parigi, ha annunciato che il nostro Paese aderirà allo sforzo internazionale volto a triplicare la capacità nucleare globale. Con questa decisione, il numero dei Paesi firmatari sale a 38 – tra cui Stati Uniti e Cina – rappresentando ben oltre la metà del PIL mondiale.

Nucleare e idrogeno verde: una combinazione vincente?

Lo sappiamo. L’idrogeno verde, da solo, non sarà la panacea di tutti i nostri mali ma nei settori in cui l’elettrificazione da sola non basta, può diventare un pilastro strategico fondamentale. È il vettore che abilita accumulo energetico su larga scala, sistemi industriali più flessibili e la nascita di nuovi ecosistemi produttivi. Eppure, uno dei limiti strutturali dell’idrogeno rinnovabile è evidente: la discontinuità delle fonti eolica e solare. Senza un flusso costante di elettricità, gli elettrolizzatori non possono operare in modo efficiente, i costi restano elevati e la competitività dell’idrogeno verde fatica a emergere. Ed è qui che il nucleare può fare la differenza. Non come alternativa alle rinnovabili, ma come complemento strategico.

Il nucleare può eliminare il principale collo di bottiglia dell’idrogeno verde, garantendo una fornitura continua di elettricità per gli elettrolizzatori, ventiquattr’ore su ventiquattro, e riducendo in modo significativo i costi operativi grazie a un fattore di capacità elevatissimo. In questo modo l’idrogeno verde diventa finalmente competitivo su scala industriale e l’intera filiera europea dell’idrogeno – in crescita seppur ancora troppo frammentata – può consolidarsi e crescere con maggiore stabilità. Per un Paese come l’Italia, che dispone di competenze ingegneristiche, manifatturiere e di ricerca di altissimo livello in entrambi i settori (vedi Osservatorio 2025 sulla filiera nazionale dell’idrogeno), questa non è soltanto un’opportunità tecnologica bensì una leva strategica che non possiamo permetterci di ignorare.

I benefici concreti

Tra le applicazioni più promettenti dell’idrogeno verde – oltre al suo utilizzo nella siderurgia, nella raffineria e nei trasporti pesanti – c’è senza dubbio quella dei carburanti sintetici, i cosiddetti eFuels. L’idrogeno è infatti il componente essenziale che, combinato con CO₂ catturata, permette di produrre combustibili puliti per settori difficili da elettrificare. Secondo numerosi studi internazionali, gli eFuels saranno indispensabili per decarbonizzare aviazione e trasporto marittimo dopo il 2030. Non esiste oggi un’alternativa tecnologica altrettanto scalabile e compatibile con le infrastrutture esistenti. Il piano ReFuelEU prevede ad esempio l’adozione di SAF con una quota incrementale di eSAF (o cherosene sintetico) che dovranno coprire: l’1,2% dei carburanti aerei al 2030, e il 35% al 2050.

Le due piattaforme tecnologiche oggi più promettenti per trasformare idrogeno verde e CO2 in carburanti liquidi sono i processi Fischer‑Tropsch, che permettono di ottenere cherosene sintetico (e‑SAF) e gasolio sintetico, e la tecnologia Methanol‑to‑Jet, capace di convertire e‑metanolo in carburante per l’aviazione. Non si tratta più di soluzioni sperimentali: entrambi i percorsi sono già entrati in una fase di scalabilità industriale, con impianti commerciali operativi in Europa e negli Stati Uniti e altri in costruzione.

Per produrre eFuels in quantità significative serviranno però volumi ingenti di idrogeno verde, disponibili in modo continuo e a costi competitivi. Questo è possibile solo se gli elettrolizzatori vengono alimentati da una fonte stabile e programmabile. Il nucleare, con la sua capacità di generare elettricità pulita senza interruzioni, rappresenta oggi l’unica tecnologia in grado di sostenere la produzione industriale di e‑SAF ed eFuels, stabilizzare i costi dell’idrogeno verde e garantire all’Europa sicurezza energetica e autonomia tecnologica.

Continuare a investire

Tutto questo, però, sarà realizzabile solo se industria e politica sapranno procedere nella stessa direzione. La transizione energetica richiede continuità, visione e soprattutto investimenti. Non possiamo permetterci rallentamenti, né tantomeno retromarce.

In questo senso, alcune scelte recenti destano qualche perplessità. Il nuovo piano strategico 2026‑2030 di Snam, ad esempio, prevede un ridimensionamento degli investimenti dedicati all’idrogeno. Una decisione che sorprende, considerando che l’azienda è coinvolta in uno dei progetti più ambiziosi e strategici d’Europa: il South2 Corridor, parte dell’IPCEI sull’idrogeno.

Parliamo di un’infrastruttura che, da sola, potrebbe davvero stimolare la nascita e lo sviluppo di un mercato italiano ed europeo dell’idrogeno, creando le condizioni per attrarre investimenti, far crescere la domanda e consolidare una filiera industriale competitiva. Se vogliamo che l’idrogeno diventi un pilastro della nostra sicurezza energetica e della competitività industriale europea, servono scelte coraggiose e investimenti all’altezza della sfida. Non possiamo limitarci a dichiarare ambizioni. Dobbiamo sostenerle con risorse, continuità e una visione industriale di lungo periodo.

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